Su vetri eterei
ammirabili geometrie della memoria
replicano la loro immagine vera
recante nell'irreale doppio
L'anima simile a dèi.
Sei l'attesa
che torna quasi in segreto
a trasformare l'assoluto.
Oltrepasso i tuoi occhi
sazi di luoghi e di nomi
che si ripetono
e si cercano
per traversare
il labirinto che sei.
Liamari
Il mio amore
aspetta e non posso
Settima Sinfonia
Wellington, nella battaglia di Vitoria, sconfisse per la prima volta
sul campo l’esercito napoleonico.
Quasi contemporaneamente l’Ammiraglio Nelson batteva i francesi
nei mari pur perdendo la vita.
La disfatta di Napoleone come ultimo Imperatore era iniziata e la
caduta fu travolgente e subitanea.
Quella mattina l’aria era stanca, quasi avesse, essa, sostenuto
la lotta e la giornata per Lois, come ancora amava chiamarlo Lenore,
si presentava dura, durissima, come da tanto tempo ormai.
Quella strega della cognata non voleva ficcarsi in quella stupida
testa che non gli avrebbe mai, mai lasciato crescere il suo adorato
nipote Karl, piuttosto l’avrebbe fatto internare…
La sua sordità ormai totale non gli impedì di avvertire il trambusto
che proveniva dai piani di sotto, l’impiantito tremava tutto e sapeva
che questo non era mai un buon segno.
Aprì distrattamente la porta, in attesa…
Quasi lo travolse il padrone di casa con il foglio dell’Allgemeine
Zeitung su cui a caratteri cubitali era riportata la sconfitta di
Napoleone.
Lui lo sapeva, lo aveva sempre saputo e, in fondo, se l’era augurato
già molto tempo prima.
Ma gli ideali, quelli, sapeva che non sarebbero mai morti, almeno
non dentro di lui.
Di lì a poco sopraggiunse anche Maelzel con il suo bel faccione
simpatico e gli occhi intelligenti e furbi.
Gli propose di scrivere qualcosa…non sapeva bene, non capiva nonostante
leggesse e rileggesse, era troppo preoccupato per Karl…
Comunque, aveva bisogno di denaro, tanto denaro e sapeva che Nepomuk
era un ottimo inventore tanto quanto uomo d’affari e…ma sì, per
una volta poteva ben cedere e fare quello che gli altri gli chiedevano.
Doveva farlo per Karl.
Maelzel non sbagliò i conti e quella composizione odiata gli fruttò
ben 7000 fiorini, somma in grado di sostenere le spese dell’educazione
di Karl, almeno quello…
Dentro però nutriva una rabbia da renano butterato e ingobbito e
niente e nessuno gli avrebbe impedito di scrivere la “sua” battaglia.
Si mise al lavoro alacremente e riuscì a finire la Settima Sinfonia
giusto in tempo per presentarla nella stessa “Accademia” con la
musica che odiava: avrebbero sentito, i suoi nemici, soprattutto,
che sapeva scrivere musica, quella vera e avrebbero pianto di commozione
e di contrizione nello scoprire che il “pazzo di Vienna” sapeva
comporre musica come nessun altro.
La scoperta più fantastica l’aveva fatta ricordando il momento tragico
– era poco più di un bambino – dello straripamento del Reno, quando,
per farsi forza e tenere insieme i fratellini, tra le grida degli
altri e le sotterranee correnti del fiume impazzito, aveva fatto
cantar loro una canzoncina che aveva inventato per il compleanno
della mamma.
Una sorta di ninna nanna attraversata in lungo ed in largo da vere
e proprie correnti impetuose.
Solo che la ninna nanna era frenetica, diventava una sorta di richiamo,
ancora più sconvolgente.
Avrebbe potuto perdere la mamma ed i fratelli e, disperato, accelerava
sempre più il ritmo della melodia fino a farlo congiungere con quello
del cuore che batteva all’impazzata.
Tutto ciò è la prima parte (movimento) della Settima di Beethoven.
L’introduzione lenta, lunghissima, prima dell’Allegro, è difficilissima
da interpretare; alcuni tendono quasi a considerarla come un movimento
a se stante commettendo un magnifico errore.
Se tale interpretazione, infatti, fa risaltare i movimenti sotterranei,
scale ascendenti e discendenti in contrasto (cosa che poi ritroveremo
nella Nona) l’intima lotta tra la melodia e le altre voci, tra l’ordine
e il caos, tra le leggi della morale e il benefico immoralismo dell’universo,
dall’altra parte pone gravi problemi con l’incipit dell’Allegro
vero e proprio in cui davvero quella melodia così innocente rischia
ad ogni passo di venir risucchiata.
E’ ciò che accade a Toscanini, per esempio, con la NBC Symphony
Orchestra.
Arrivati nel punto nodale, il direttore ha talmente esaltato (meglio,
esasperato) le caratteristiche dell’Introduzione che attacca il
tema con un ritmo in due tempi semplice e non in due composto.
L’oboe, che, per primo, espone il tema, lo trasforma in una sorta
di galop.
Riportare tutto in equilibrio, l’equilibrio sia pure instabile che
l’autore aveva trovato, è impossibile e tutto l’edificio crolla
lasciando solo intravedere splendidi resti di rosoni e capitelli,
di bifore e trifore finemente lavorate.
Meglio Sawallish con l’Orchestra di Vienna e ancora più convincente
il primo Abbado dove assistiamo al miracolo: la soluzione degli
ossimori. E’ una questione essenzialmente ritmica, quindi primordiale
e, per nostra fortuna, Abbado ha lavorato molto su Strawinsky e,
udite, udite, su Rossini.
Ciò gli permette una visione ritmica ben stagliata e quando l’oboe
attacca si ha la soluzione del mistero dell’Intro: sognate e lacerate
ninna nanne di una infanzia mai vissuta. Splendidi i colori orchestrali
che a quel punto sorgono spontaneamente e senza forzatura alcuna.
Ma la più sconvolgente interpretazione appartiene a Karlos Kleiber
con l’orchestra composta di strumenti d’epoca. Qui narrare o spiegare
o analizzare è impossibile no ma lunghissimo come il respiro che
egli riesce a dare alle frasi, anche le più brevi. Straordinario.
Dell’adagio seguente dico soltanto che è degno di essere accostato
ai fregi del Partenone: quella capacità di fermare il tempo per
ascoltare tutto il dolore del mondo e scioglierlo in pianto liberatorio
che sa di un futuro migliore. E’ l’attimo in cui il clarinetto intona
la melodia principale accompagnato dolcemente dagli archi in terzine.
Fortissima è la somiglianza, solo profonda, intima, si intende,
con l’Aria “Soave sia il vento” del “Così fan tutte” mozartiano.
Quante volte Mahler deve aver meditato su questa pagine e su queste
poche battute in particolare!
Ce lo dice tutta la sua Quinta Sinfonia, parte della Seconda (La
Resurrezione) e il magnifico torso che è la Decima.
E’ vero, è breve l’attimo di speranza…il tema dattilico torna a
dirci quanto l’uomo dovrà, se vorrà, lavorare per vincere sul male
e sulla sofferenza.
Sono pochi i direttori capaci di restituire intatte queste emozioni
o addirittura di rivitalizzarle.
Anche qui è un problema ritmico. A mia memoria solo un interprete
è stato in grado di questo: Bruno Walter con la Sinfonica di Vienna.
Poi, come al solito, Abbado ma con meno senso del miracolo.
Il terzo tempo è il cosiddetto Scherzo, lunghissimo, con intere
sezioni interne ripetute quasi all’infinito: vitalità ritmica e
melodica, quasi salti di gioia di cui Ludwig non si stancherebbe
mai come fanno i bimbi quando hanno intrapreso un gioco che ha in
sé vitalità e intelligenza.
L’ultimo movimento è una contro battaglia (si può dire?) nel senso
che l’apparente e direi malizioso aspetto di moto perpetuo – perpetuum
mobile – maschera magnificamente un arco di trionfo.
Trionfo su che, su cosa?
Neanche Ludwig lo sa bene…ed infatti nella stretta finale – la Coda
– i contrabbassi intonano un ostinato che contrasta sottilmente
ma inequivocabilmente con quello che stanno suonando gli altri strumenti.
Spesso si è accusato l’autore di schematizzazioni, di eccessivo
volontarismo.
Ecco, il Finale della Settima sta lì, tutto intero a dirci esattamente
il contrario: nulla è certo, nulla è definitivo. Neanche il male,
però.
Le interpretazioni della Sinfonia vista nel suo complesso sono contraddittorie.
L’ho accennato sopra e non mi ripeterò però farò un nome nuovo:
Celibidache.
A me, umilmente, sembra l’unico, insieme a Boulez ad aver colto
l’opera nel suo insieme.
Non lasciatevi ingannare dalla scarsa brillantezza di alcuni passaggi
interpretati da Sergiu Celibidache e neppure dal piglio lievemente
legnoso che egli da allo Scherzo.
Come quando si ammira un affresco bisogna umilmente fare molti passi
indietro per comprenderlo, passi che non solo fisici ma anche e
soprattutto emozionali, così l’interpretazione che vi consiglio,
senza assolutamente togliere nulla alle altre, va compresa col tempo.
Termino ricordando che in realtà, in termini strettamente matematici,
noi non ascoltiamo MAI, veramente ciò che l’autore ha scritto.
Quei direttori che hanno compreso ciò per studio o dono naturale
sono i migliori interpreti della
Settima Sinfonia di Ludwig van Beethoven.
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