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| TRIO
op. 97 in Si bemolle maggiore detto l'Arciduca. |
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| Tipo
di intervento: Testuale Autore: Maestro Rosario Mirigliano |
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| "Antonio,
quando il cigno di Dirce punta alle profonde liste delle nubi molto cielo lo porta. Io sono l'ape del Mattino, che coglie, intorno la macchia, intorno le umide rive di Tivoli, con lunga fatica, il timo che ama, e lavoro minuto, formo il mio canto" Non so se Ludwig conoscesse questa lirica ma sono certo che la portava dentro di sé, nel patrimonio genetico. Un Titano fatto ape? Ma l'ape è titanica! O, forse, per lo spagnoletto, si è abusato di questo termine... La seconda che ho detto. E questo Trio ne è la dimostrazione. Nato contemporaneamente alla Settima Sinfonia è l'ultimo trio "sporco" del compositore. E c'è da chiedersi, oltre la mera fenomenologia, perché un Trio e addirittura con pianoforte. Questa particolare formazione cameristica trae la sua origine dalle Sonate da chiesa o da camera che, nel primo Settecento, videro una notevole fioritura non sempre proporzionale alla qualità. In realtà la presenza del pianoforte diviene schiacciante e tantissime di siffatte composizioni portano un mesto e chiarissimo sottotitolo: Sonata per pianoforte con accompagnamento (sic!) di violino e basso. |
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| Lo stesso Beethoven, dopo l'esperienza traumatica dei primi tre Trii, l'opera prima, fece trascorrere venti anni prima di tornare a scriverne: i magnifici due dell'opera 70. Ormai era forte, interiormente intendo dire, per non dover più dimostrare nulla a nessuno. La stroncatura di Haydn era solo un ricordo e c'era stato un certo Mozart che aveva scritto dei veri e propri gioielli nel genere come lo strafamoso "Trio dei birilli". Solo che lì vicino, sul leggìo dello stesso pianoforte, c'era anche la partitura della Settima. Quante volte ha tremato nel gettare lo sguardo ora sull'una, ora sull'altra opera. Non per tema di alcunché ma alla ricerca della verità. Da qui, 1811, non è più lui, cioè il Titano che gli altri si aspettano. Lo sa, e sa anche che il trio sarà un saluto definitivo ad un mondo che, in fondo, non gli è mai appartenuto. L'arciduca Rodolfo, commissionario e dedicatario dell'opera, di un trio aveva bisogno. L'epoca dei compromessi, ammesso che fosse mai esistita, era davvero da congedare per sempre. Aveva abbozzato due temi: il primo di una luminosità senza pari, come la corolla di un magnifico fiore abbagliato dal sole, l'altro umano, troppo umano, così splendidamente umano che le sue mani tremavano nel suonarlo. Quanto orgoglio vinto! Quanta vanagloria schiacciata da quelle note che invece invocavano un uomo nuovo. Non Ludwig, egli sapeva di essere solo un miserabile gobbo, butterato e ignorante. No, un uomo di là da venire...non super ma, simpliciter, uomo. Caro Louis, non è arrivato, posso ben dirtelo, almeno non nel senso che intendevi. La fortuna volle che si dedicò in primis alla prima melodia, molto pianistica eppure universale: il fatto era che il fiore non si era schiuso, ancora. E tutto il terzo movimento narra tutta la meraviglia e la tenerezza nell'accompagnarlo a schiudersi per mostrare quanto sole avesse esso stesso dentro di sé. Un vortice di pura bellezza - come suona strana, ora, questa parola! - nel quale tutti gli altri brani che formano la composizione intera si perdono come dinanzi ad una Sfinge. Solo un'altra composizione è paragonabile, ma esclusivamente in questo aspetto, al favoloso racconto del cambiamento: la Ventesima delle variazioni su un Valzer di Diabelli. E' strabiliante che spesso la melodia non sia fisicamente udibile ma ci sia. Linfa che scorre entro esili fili di luce. Un brano da ascoltare con il cuore in gola. Gli altri movimenti non sono inferiori, né in fantasia, né nell'ispirazione ma il miracolo può compiersi una sola volta. Lo Scherzo, secondo tempo, è ancora pervaso dai tremiti e dalla perdita di contatto con la realtà. Il finale vorrebbe colmare il vuoto interiore riconducendo il discorso verso lidi lieti no, ma sicuri. Non c'è nulla da fare. L'incanto è stato troppo forte. Ecce homo! sembra dire la compagine strumentale con tutte le sue forze e cercando di ribadire punti di appoggio più solidi. Nulla da fare. Solo il tema dell'inizio avrebbe potuto qualcosa contro...ma perché, poi? Vorrei spiegarvi brevemente cosa accade nel fatidico e indimenticabile terzo movimento. Immaginate una struttura solidissima che sia però in grado di avere peso vicino allo zero. Il sogno di ogni architetto, perché vorrebbe dire che questa struttura, pur non svanendo nell'aria come bolla di sapone, sarebbe capace di contenere tutti gli spazi possibili, di conformarsi ogni volta alle esigenze dell'abitante insieme al rispetto del paesaggio circostante. Infatti, la forma generale potrebbe cambiare e fondersi mirabilmente con una cascata, oppure con un agglomerato industriale e perfino con il confine tra il cielo e la terra. Non voglio consigliarvi una discografia e non mi vergogno nel dire che non ne posseggo alcuna versione su qualsivoglia supporto. L'ho ascoltato in mille versioni, in concerto, alla radio, alla televisione ed anche su Internet ma mai ho voluto fare una scelta. Mi sembra che farla sia un torto verso Ludwig... Trii mitici con Oistrach, Casals, Schnebel, oppure con Orfeo, Ade e Narciso...fate voi. Per me, ogni volta che vedo un fiore significa ascoltarlo. Anche il più umile fiore di campo. | ||||||||||