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SONATA DETTA L'AURORA
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1803 (!!!!!)
Il suo incipit è tellurico: sembra richiamare le forze primigenie
del suono e tentarne, invano!, una compressione, un'esorcizzazione.
Folletti escono dalle note, alcuni buoni - sanno che gli
uomini potrebbero comprendere la differenza tra bene e male
- altri cattivi. Questi ultimi prendono il sopravvento e
la musica che più volte tenta di organizzare un linguaggio,
una salita verso la luce viene fatta sprofondare. Tutto
è cupo e triste. Qualcuno tenta di dominare i folletti con
un suono che sembra opprimerli: senza tempo né luogo né
"colore". Sprizzano le scintille da questa immane lotta
(quanto deve aver meditato su questo passaggio Strawinsky
accingendosi a scrivere "Le Sacre du printemps!), le dimensioni
tradizionali della musica ne escono non sconfitte ma esterrefatte.
Ma Ludwig, egli solo, sa che le forze del male possono essere
sconfitte e sale, sale verso la luce. Solo con la sorpresa
può tentare... Infatti eccola! Un dolcissimo corale come
d'organo - ma quanto poco religioso - in un tono lontanissimo.
Chi poteva aspettarselo? Neanche il diavolo... E sul corale,
magnifico, fa nascere una melodia che suona monito e speranza,
consolazione tremante. Siamo solo alla 34esima battuta (poco
più di 45 secondi di musica).
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Continua
2 e Finale |
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Il
corale che si ode questa volta sembra davvero intonato da milioni
di persone. Beethoven sa che solo la fratellanza e la solidarietà
può vincere veramente. Ciascuno apporta le sua migliori qualità
ed il contrappunto che ne nasce è invincibile. Sì, potrà anche
essere una Babele solo che stavolta il maestro riesce a far
comprendere gli uni con gli altri grazie alla forza dei suoni.
Indimenticabile! Tornano, tentano alcune sortite i folletti
ma sono solo i resti di un'armata disperata ed in fuga. E...poco
prima della fine di questo primo movimento, finalmente, si udrà
la vera essenza del corale. Non massa compatta che vince grazie
alla sua potenza d'urto ma insieme armonioso di voci libere
ed indipendenti. Perfino la minacciosa melodia dei maligni diventa
timido ricordo della sconfitta. Ma non tutto è detto. Ludwig,
nel secondo movimento, chiede aiuto al sole che, nel timore
dell'immane quanto nascosta battaglia, aveva abbandonato lo
zenit del cielo. Com'è appassionata e struggente e raccolta
questa preghiera. Così sommessa e umile che i nemici avranno
l'ardire di uscire ancora allo scoperto e qui, qui egli opera
il miracolo. Un semplice arpeggio ascendente di do maggiore,
quanto di più incantevolmente ingenuo possa mai aver pensato
un musicista, rischiara l'aria ma non di quella luce prorompente
e un po' pomposa alla quale siamo abituati in un assolato giorno
d'estate. No. L'oro è il suo colore ma velato, il silenzio è
il suo suono ma senza timori, lo spazio interiore il suo luogo
prediletto. Egli sa che ormai con la semplicità - quella dei
grandi - tutto il male può essere sconfitto. Un sogno? Un'utopia?
Forse...ma fa così bene al cuore. Il pianoforte non sembra neanche
più lui, il martellatore, sembra essersi spogliato di ogni velleità
percussiva e la gioia è tanta che la semplice melodia si scioglie
in rivoli di festoso ruscello. Un trillo, incantata metafora
di liberazione segna la definitiva scomparsa dell'affanno. Mai,
in nessuna opera d'arte - e penso alle rime del Dolce stil novo
o a certe liriche di Petrarca o di Leopardi o di Goethe, alle
sculture di Donatello o ai dipinti del beato Angelico - si era
ottenuta una così schiacciante vittoria sulla materia bruta
e con mezzi così dimessi e semplici. L'elemento suono da fenomeno
fisico subordinato all'Idea acquista una sua utopica e, proprio
per questo, malinconica autonomia o meglio una totale simbiosi
con l'atto creativo. Una sorta di ecologia del suono? Sì, se
questo non suonasse riduttivo pieno com'è di rimandi scientifici.
La bellezza piena, se anche questa espressione non rimandasse
purtroppo all'estetica hegeliana e crociana di cui Beethoven
non sapeva nulla e delle quali noi dovremmo affrettarci a far
piazza pulita. Rimangono gli incanti e le ebbrezze sconosciuti.
E l'Aurora. Il musicista burbero mai si rassegnerà del tutto
ai titoli immaginifici affibbiati alle sue opere ma qui sarà
stato contento, lo so. Possiamo ascoltare tranquilli senza il
timore di aver tradito il suo pensiero. Molte le leggende nate
attorno a questa sonata: persino quello di una guarigione miracolosa.
Non so...il miracolo è che una tale opera sia potuta nascere
dalla mente di un uomo e per una volta si potrà mandare al diavolo
Nietzsche con il suo "Umano, troppo umano". Vorrei essere anche
per un microsecondo l'uomo che vive dentro gli spazi disegnati
dall'Aurora beethoveniana. |
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Finalità |
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In
queste pagine, in continua evoluzione, saranno ospitati tutti
i contributi per il PROGETTO BEETHOVEN
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Continua
1 |
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Beethoven
non vuole abbandonarlo più, il corale, lo rende un arpeggio
delle note gravi come un sostegno sicuro ad una melodia che
è ridotta ad una sola nota, il si, risuonante attraverso tutta
l'estensione del pianoforte... Ma egli sa che i demoni sono
là, pronti al minimo passo falso...eccoli di nuovo impadronirsi
dello spazio e del tempo e tutto ritorna cupo. Una piccola
melodia, come un'impennata verso il basso sembra vincere:
dov'è il principio di implorante catarsi che il musicista
aveva pur eretto nel mezzo di questa lotta impari? Sembra
scomparso, e il pianoforte è ormai in mano agli immondi a
lungo, a lungo. Egli tenterà più volte di riprendere possesso
della materia musicale ma sembra che ogni volta che lo faccia
questa si trasformi in terra sempre più nera, più infocata,
devastante. E' la fine... Ma l'uomo dai tratti rudi, colui
che pagherà con la sordità il suo ardire è dotato di una volontà
superiore. Faticosamente si fa strada con suoni che tentano
una rivalsa, con ancora più tenacia di prima e, di nuovo,
il principio implorante riesce ad averla vinta. Riesce a commuovere
anche gli spiriti maligni? Così sembrerebbe ma a prezzo di
una costruzione musicale inaudita. |
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