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Titanismo
o Nuovo Umanismo MOBY
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Dopo aver ascoltato il bellissimo racconto del concerto al quale ha assistito Marialisa, mia amica beethoveniana vera, io sento solo un riflesso sbiadito di un amore paterno, mi sono deciso a scrivere anch'io qualcosa sulla classica. Sono rimasto sorprenduto (qualcosa in bilico tra la soppressata e la fonduta...) nel vedere che nessuno ha voluto dire la propria sulla Quinta. Ehi, la Quinta! mica bruscolini. Solo pochi anni fa con tutta la famiglia siamo andati a Ferrara e, dopo esserci deliziati con una città splendida anche se un po' piccola per un romano borgataro come me, al palazzo dei Diamanti siamo riusciti ad assistere ad un evento unico. Notoriamente il palazzo è adibito a mostre di pittura o a convegni. Proprio a conclusione di un simposio era previsto un Concerto. Naturalmente il simposio (qualcosa sull'importanza della pittura lombarda nei movimenti artistici dell'ottocento) l'abbiamo sostituito con uno spuntino a base di hot-dog e birra...ma il concerto... Non ricordo il nome della sala: ricordo solo lo splendore dei décors e delle hostess. Programma di tutto rispetto e salottiero. Studi di Chopin per pianoforte solo, il Trio dei birilli di Mozart e poi la Quinta sinfonia eseguita nella versione che Malipiero predispose per quintetto d'archi con pianoforte (ricordo il nome perché mi parve la versione malefica equindi simpatica, per me, di Del Piero). A dire la verità non ero molto convinto della cosa: a me piacciono i decibel sparati nelle orecchie e che da lì scendono nello stomaco e poi giù, giù fino a farti esaltare le cavità più intime. Andrea, mio padre, ne era però incuriosito, e la mamma ancor di più. Insomma, toilette delle serate più in, vecchie incartapercorite che non sai se servono come spartiti o come testimoni di qualche assassinio avvenuto secoli fa, hostess alte almeno quento me (non vi dirò la mia altezza anche perché le lampadine le avvito senza sedia...come i carabinieri...). Tutto era pronto. All'attacco del ta-ta-ta-taaaaaaaaa, strafamoso le orecchie hanno dovuto fare uno sforzo sovrumano per trasporre le voci da grillo alla grande orchestra ma alla fine...che effetto! Dopo pochi secondi non senti più un quintetto ma ascolti dei suoni sconosciuti. Forse perché nella gigantesca orchestrazione, per quanto si possa essere attenti, alcuni particolari vanno persi. Qui venivano esaltati: il pulsare del tema sopra la timida e consolatoria melodia, gli intrecci indicibili tra gli strumenti che, nella partitura orchestrale, diventano pannelli ad olio, e che invece sono bellissimi anche come incisioni a secco. Che dire? Forse bisognerebbe ascoltare anche questa versione ma non esiste su CD. Roba da matti. So di alcune pazzesche esecuzioni per pianoforte ma è un'altra cosa. Sulla storia della Quinta, Marialisa amerebbe parlare di gestazione, si è detto molto e non mi pare il caso di aggiungermi ai grandi soloni della musicologia. Quello che posso aggiungere, da musicofilo, è che, ci crediate o no, alterniamo, sul famoso muretto, Guccini e Manson a Beethoven. Questo ha un significato, secondo me,anzi ne ha molteplici. Per non annoiarvi dirò solo che la nostra generazione non è superficiale come sembra e che il bisogno di decibel è un bisogno di fuga dalla realtà. Fuga che alcuni hanno sublimato in ribellione, altri in forme più o meno intimistiche di rivolta, altri ancora in tensioni non ben chiare verso un mondo migliore. Ludwig van e i Drughi di Kubrick hanno un rapporto che va al di là della semplice contrapposizione. Ma la ascoltiamo tutta, sapete? E sono quasi 30 minuti di musica...qualcuno all'adagio sbadiglia e si mette a fare strani segni con le foglie sul muretto ma, dalla ripresa del tempo veloce (lo Scherzo?, vero?) fino alla fine... E lì arrivano i decibel. Leggevo su Amadeus che anche gli ascoltatori contemporanei di Beethoven, per lunghi decenni, rimanevano allibiti davanti alla potenza sonora (i decibel sono sempre piaciuti ehehehe) e musicale dell'ultima parte. Dove sembra di assistere a combattimenti, allo splendore della vittoria della ragione sulle forze oscure dell'istinto brutale. Il concerto di Ferrara mi ha insegnato una cosa basilare: i decibel non sono una questione fisica ma intellettuale. Cosa volete che sviluppino due violini, una viola, un violoncello e un pianoforte? Ma nella mia mente, e non solo perché già conoscevo la versione orchestrale, queste vocette di grillo si esergevano schiette e potenti. L'altra cosa su cui ho riflettuto molto. I decibel, quando sono tanti ma tanti (ho un impianto stereo che gli manca la parola...) ti entrano, forse invasivi (che bello, però...)e ti fanno dimenticare il lavoro vero di chi ha messo il cuore nello scrivere questa musica. So che Beethoven credeva molto nella fratellanza, nell'uguaglianza, nella comunità. Sono, in fondo, i motti della Rivoluzione francese e so anche che li ha cercati per tutta la vita. In questa Sinfonia li ha messi tutti in gioco, come nella Nona. Il bene vince sul male: sembra facile ed addirittura hollywoodiana come visione. Ecco, l'aver ascoltato la versione ferrarese mi ha aperto gli occhi. Tutto rimane invariato a livello ideologico ma sembra, stranamente, più universale. Forse perché non c'è più quel senso di urlo - sia pure di gioia - ma di avvolgimento e coinvolgimento dell'ascoltatore attraverso il cuore e la mente. Devo per forza indicare una discografia, come suona perentoria la categoria in cui sto scrivendo? Non sono un collezionista di CD, più spesso ce li passiamo masterizzati (si può dire? machissene, con quello che costano gli originali) e non mi sto a chiedere chi esegue e la casa discografica. Spesso sul CD c'è solo scritto: figo! Orchestrale. Però ho visto che qui su Ciao ci sono molti intenditori. Ricordo una versione, non ascoltata, forse, in una vetrina: Karajan plays Beethoven. Posso aggiungere: Claudio Abbado e la Chicago Symphony Orchestra, Bohm e tanti altri...non avete che da scegliere. La redazione ha preferito presentare questo
racconto-recensione, tra le tante pervenuteci per la vivacità
dell'espressione e dello stile e per dimostrare che Beethoven non è
così distante dai giovani perfino da quelli che vivono in condizioni
sicuramente non agiate. Nulla vieta, però, in futuro, di ospitare
contributi più ortodossi.
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