| Opera lirica FIDELIO | ||||||||||
| Tipo
di intervento: Testuale Autore: Maestro Rosario Mirigliano |
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Intanto il titolo completo è: Fidelio, o l'amore coniugale. Già questo mette fuori gioco ogni possibile intreccio amoroso così caro ai nostri melodrammatici e allo stesso Mozart che, in quanto a complicazioni sentimentali, se ne intendeva. Non che fosse un libertino ma sapeva bene che il cuore...quando batte, batte e non vuol sentire ragioni. Sonnleithner, il librettista, si ispirò al dramma di Bouilly il cui nucleo centrale è la liberazione di un prigioniero politico, messo in catene da un tiranno usurpatore, grazie all'intervento temerario ed impavido della consorte, Leonora che con lo stratagemma di fingersi maschio - Fidelio, appunto - riesce ad introdursi nel sotterraneo delle prigioni ed ad affrontare a viso aperto l'aguzzino. Il finale vedrà l'arrivo provvidenziale del Ministro di Stato (illuminato) che porrà fine all'ingiustizia. |
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| Dirò subito che se Sonnleithner aveva ben compreso il nucleo centrale dell'opera, la catarsi finale, non ebbe altresì la sensibilità di uscire dalla logica dell'opera così come si presentava agli ascoltatori dell'epoca. Siamo nel 1803 (guarda caso l'anno di composizione dell'Aurora), Vienna era invasa dall'esercito francese, negli orecchi risuonavano ancora le note del Flauto magico e dell'opera italiana. Se aggiungiamo che Ludwig dovette sottostare a svariati obblighi che non gli permisero una messa in scena dignitosa capiamo perché il Fidelio fu, al suo primo apparire, un fiasco completo. Tutti, ufficiali francesi in primis, si sarebbero aspettati di veder chissà quali intrighi nascere con l'inevitabile innamoramento di Marcellina per Leonora-Fidelio e conseguente gelosia di Giachino suo pretendente. A Beethoven tutto questo non interessava ed è perciò vero che il Fidelio del 1803 creasse non poche perplessità al pubblico ma, ancor prima, al compositore. Gli è che quest'ultimo poco era incline a metter in scena i turbamenti amorosi (non dimentichiamo che aveva bollato come osceno il "Così fan tutte" mozartiano) di personaggi che, alla fine dei conti, non escono dalla routine. La servetta innamorata ha riempito tonnellate di carta musicale e non, da Pergolesi a Rossini. Egli, invece, cercava la verità nella mozione degli affetti e non sbagliava se pensiamo a quanto improbabili siano le avances di Marcellina. L'opera fu rimaneggiata grazie al più caro amico di Beethoven ma anche in questa veste - causa stavolta i dissapori con Von Braun, il sovrintendente del Teatro an der Wien - non durò più della prima versione. Dovettero passare undici anni durante i quali il genio di Bonn fu riconosciuto come tale prima che si riparlasse del Fidelio, sull'onda del successo della Quinta, della Sesta e, più ancora, della Sinfonia della Vittoria. Un umile quanto geniale poeta, Treitschke, prese di nuovo il libretto e tolse tutto ciò che di superfluo e fin estraneo c'era per il suo idolo musicale. Le scaramucce amorose tra Giachino e Marcellina furono ridotte a poche battute iniziali e, dall'ingresso di Pizarro, accompagnato da una lugubre marcia, tutta l'opera si innalza come su di un piedistallo. Da quel momento, come in una perfetta tragedia greca, gli avvenimenti si concatenano in modo "necessario", si arriva al culmine della tragedia: quando Pizarro ordina a Rocco di sopprimere Florestano, Fidelio si rivela e minaccia il tiranno con la sua pistola fin quando le trombe, che annunciano l'arrivo del Ministro, suoneranno come liberazione e catarsi finale. Il dimenticato librettista introdusse alcuni tra i momenti più sublimi dell'opera: l'uscita dei prigionieri dai sotterranei che avevano sottratto loro la vista del sole, simbolo di vita e di libertà. Il coro beethoveniano tocca punte di una commozione sentita e inarrivabile. Il dialogo concitato di Fidelio che si fa riconoscere da Florestano: quale scena d'amore più pura ed esaltata! Il momento del tentato omicidio di Florestano che consente al compositore di scrivere una delle pagine più concitate ed impressionanti di tutto il teatro musicale: il parlato, alternato ad un canto sommesso e rabbioso, solca il suono dell'orchestra quasi ferendola (non si può non pensare a certi passaggi della musica contemporanea). La presenza del parlato in Beethoven non è semplice rispetto della tradizione, è una necessità espressiva, ecco perché parlare di Singspiel, come per alcune opere di Mozart compreso il Flauto magico, è profondamente errato. Il Fidelio, lungi dal chiudere un'epoca o dall'aprirne un'altra: quella del teatro nazionale tedesco, si proietta al di là del suo tempo. Non è difficile vedervi le intuizioni di un Mahler, di uno Schoenberg e, più ancora, di Berg. Un teatro capace di farsi portavoce di valori senza però rinunciare alla sostanza degli uomini che solcano la scena. Leonora è una donna, nel pieno senso della parola, Florestano ama, prima di essere un eroe della libertà. Persino Pizarro che corre il rischio di essere ridotto a metafora del male mostra tratti umani impressionanti. Detto questo, è certo che non si può ascoltare il Fidelio come il Ballo in maschera o il Don Giovanni o, che so, la Bohème. Non è solo una questione di distanza storica è proprio un altro piano conoscitivo. C'è dell'espressionismo in Beethoven - che, del resto, verrà prepotentemente dichiarato nelle ultime Sonate e negli ultimi quartetti - ed insieme una fiducia non ottusa nell'uomo che pongono quest'opera, come dicevo prima, un gradino al di sopra di tutte. Un'ultima cosa: la storia delle quattro Ouverture. La loro genesi e il loro sviluppo segue passo passo l'evolversi del pensiero compositivo attorno al problema opera. L'ultima di esse, la Leonora numero tre viene eseguita come pezzo da concerto a se stante. Riesce, infatti a dare il senso dell'opera intera, si badi, solo il senso, nel volger di pochi minuti. Durante l'esecuzione all'Opera di Roma, avevo quattordici anni, all'improvviso, prima che si aprisse il sipario per il secondo atto, nel buio misterioso e carico di presentimenti, l'orchestra attaccò proprio la Leonora numero tre. Fu come una rivelazione: tutto divenne più chiaro e nessuno degli ascolti successivi del brano riuscirono a darmi le stesse sensazioni. In qualsiasi altra opera una intrusione così forte (pare voluta da Mahler) avrebbe sortito un effetto disastroso. Qui al contrario, contribuisce al raggiungimento di quell'apice espressivo e sonoro che si avrà nel secondo atto. Sono stato lungo, scusate. Parlare ora di discografia è fuor di luogo. Non posso dimenticare, però, l'esecuzione di Furtwaengler. Oppure la Gundula Janowitz (Leonora) diretta da Karajan o, anche, il Pizarro di Dietrich Fisher-Diskau. I cori e l'orchestra dell'opera di stato di Vienna sono grandiosi. Forse anche più di quelli di Berlino. | ||||||||||