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Esemplare
3:
L'uomo, come dissi tempo addietro, è una creatura di desiderio. I
brividi sono una risposta involontaria (c'entra il parasimpatico?)
ad una stimolazione epidermica. Certo che ho notato la bellezza dell'episodio
spasmico-erettile (i peli sulla pelle delle donne). Il perché del
tanto piacere nasce dalla sovrastimolazione dei recettori tattili
che, per effetto entropico producono un rumore di fondo (nel sistema
nervoso centrale) che viene interpretato come piacevole ma solo a
causa del contatto con un partner accettato. Questa manipolazione
non è normalmente presente nelle relazioni sociali e quando avviene,
ci si trova in contesti intimi e preludenti possibili contatti erotici...
sarà ovvio trovare piacevole la carezza sottile di una mano... è un
po' come l'acquolina in bocca che ti viene quando pregusti un limone...
Ecco perché si dice "limonare"! L'etimologia non dà i brividi... Quel
che direbbe Freud non è importante se serve solo a dimostrare il nostro
disprezzo verso di lui... L'importante è moltiplicare le occasioni
di provare i brividi (per questo, servirebbe una donna (od un uomo
se si è "gay") di gradevole aspetto e di sensualità arrendevole...)
l'aggressività uccide l'erotismo, se insieme all'erotismo si uccide
anche il partner! (regola aurea del sado-maso-killer). Caro amico
poeta: Le parole che usi sono piene d'amore. Non so per chi, non so
perché ma sono molto belle e le sento disperate. Forse, (mi chiedo
se è vero) le invii a me perché sai che sono il solo a poterle comprendere.
Che io sia disperato come le tue parole è solo la mia parola contro
le tue. Ti sei perduto, amico caro, in un labirinto di connessioni
neuronali e metalinguaggi o mi ci sono perduto io? ... ed è un perdersi
dolce come l'abbandono smodato e parossistico dell'orgasmo, in cui
ti tendi e ti allunghi come una corda all'interno umido e cado del
gran mistero della vagina ed al contempo di dissolvi in essa come
uno spillo nell'acido, come un brulicare di te stessi sminuzzati come
tessere di un mosaico o di un puzzle in un tornado piccolo come l'interno
di un mulinex ed esplodi in una delusione più grande del piacere appena
provato, ma così labile da poter essere ignorata con voluttà. Voci
femminili, infantili, suzionale, succhiare, suggere capezzoli turgidi
vulve odorose e straripanti come sorgenti d'acque vive, oppure, peni
sgargianti nel loro trionfante guardare il cielo, timidi e umili strumenti
nelle mani di donne impensate, leccate furiose, fallatio inaspettate
e silenziose, labbra turgide (hai mai visto inturgidirsi le labbra
di una donna prima della fallatio?) tutto per rincorrere un flebile
brivido che subito si spegne... Brividi... io credo che l'Eden sia
lì. Nei brividi, inafferrabile e snobbato perché considerato "troppo
semplice, troppo banale" per essere proprio quello, l'Eden di cui
tanto si favoleggia. 
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Esemplare 4: L'imitatore
di vacche
Un viaggio a Vienna significa innanzi tutto
immergersi nei Ring. Lasciate stare Kaertnerstrasse e, seguendo i
Ring, giungerete a Heiligenstadt, una delle residenze di Beethoven,
nel cui bosco egli ascoltò lo "zigolo" che sembra la fonte ispiratrice
del tema famosissimo della Quinta Sinfonia. Ma Vienna è anche Heldenplatz
in cui le folle acclamarono Hitler. E Vienna è Thomas Bernhard. Di
lui si conoscono assai bene "Heldenplatz", appunto, "Il soccombente"
ecc. Ma a me piace ricordarvi un testo poco conosciuto ma straordinario,
non solo per i contenuti ma anche per lo stile. Bernhard compone le
sue frasi con continui echi (che siano lo straziante ricordo delle
voci echeggianti nella Heldenplatz?); periodi lunghissimi che sembrano
voler travalicare le parole come significato per darcele come senso
ultimo della comunicazione: l'INCOMUNICABILITA'. Ho scelto questo
brano: "La settimana scorsa ci è capitato che cinque vacche sono finite
una dopo l'altra contro il direttissimo con cui dovevamo fare ritorno
a Vienna, e sono rimaste completamente sfracellate. Dopo che le rotaie
erano state sgomberate per l'intervento del personale viaggiante e
perfino del macchinista accorso con un piccone, il treno aveva ripreso
la sua corsa dopo una sosta di circa quaranta minuti. Guardando dal
finestrino, avevo potuto vedere la pastore che correva urlando verso
una cascina immersa nel crepuscolo". (T. Bernhard: "Der Stimmenimitator",
1978 Frankfurt am Main; 1987, Adelphi, Milano). Ci sarebbero da dire
molte cose riguardo al testo, mi limiterò ad alcune: innanzi tutto
la crudeltà che è metafora di tante cose ma, visto il tono e conoscendo
l'autore, è metafora ma anche sconfitta della crudeltà della musica,
della musica come sconfitta della morte perché il suo tempo è infinito.
Come il treno, che pure causa vittime innocenti, ma bada bene alla
scelta delle "vacche", non "agnellini" che sarebbe stato "sacrificio",
così la musica ha una sua "velocità" interna (non parlo dell'agogica)
che non può essere fermata nell'istante, anzi proprio l'istante, e
il tentativo di "viverlo" come tale, illumina la musica della sua
"rivincita" sulla morte. Dunque le vacche devono morire e senti
quanta musica c'è in questo. Poi l'atmosfera, assolutamente non espressionista
ma appena stralunata del tutto con la "percussione" di particolari
che sembrano insignificanti (e tutto il racconto lo è nel senso di
non/immediato), l'atmosfera crepuscolare, per carità solo nel discreto
temporale, che mi fa sentire, ma da molto lontano, forse nel più profondo
dell'inconscio, la "serenata", il "walzer", la banda "boche" e, chicca
incomparabile, l'immagine della pastora urlante nel crepuscolo (non
ci sarà mica Brunhilde con Wotan, per caso nella cascina?) che, a
parte il dato perspicuamente "sonoro", mi fa venire in mente uno Chagall
che conosca il Web, Internet e Java.

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